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25/05/2017 tempo di lettura: 6 min

#JeSuisYaris

Categorie : News, Riflessioni & Idee

Era da molto tempo che non scrivevo su questo blog… Il motivo principale è il fatto che sto dando tutto sul nuovo sito www.badwolfteam.com, dove ho più spazio per parlare di OCR e sport in generale. Se siete particolarmente interessanti a questi argomenti vi consiglio di farvi un giro da quelle parti.

Prossimamente riporterò alcuni degli articoli più significativi anche su questo blog, non appena avrò un po’ di tempo per convertirli.

In ogni caso oggi ho deciso di tornare a scrivere qua perché volevo parlarvi di un argomento un po’ più personale.

HO CAMBIATO MACCHINA!

Chi mi conosce un po’ sicuramente sa del mio pallino per l’Honda Civic. Un amore nato nel 2007, dall’uscita dell’ottava generazione di questa vettura semplicemente spaziale. Da allora sono poi comparse quelle di nona generazione, meno aggressive come linee ma comunque molto carine e caratteristiche.

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Ed è solo da qualche mese che è comparsa la decima reincarnazione dello spirito Civic in una macchina rimodellata praticamente da zero e decisamente intrigante.

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Valutando le offerte alla fine mi sono portato a casa lei.

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Mentre vi sto scrivendo ho già percorso più di 200 km con la nuova arrivata ed è inutile: questa macchina è nata per essere il mio destriero ufficiale.

Ma quindi… Che fine ha fatto quella di prima? Beh… E’ in vendita. La vecchia Yaris ha finito di servire la mia famiglia e a malincuore attende di trovare un nuovo proprietario a 15 anni suonati e dopo aver percorso 127 mila chilometri.

Mentre facevo gli ultimi viaggi seduto sui vecchi sedili semidistrutti ho ripensato a tutto quello che ha significato quell’auto per me. Aneddoti con cui potrei riempire un libro intero parlando solo di quella macchina dall’animo spericolato e dal cuore grande.

In quasi 4 anni sotto la mia custodia ha subito grandi ingiustizie, botte, spinte, graffi e qualsiasi altra violenza si possa commettere su un’autovettura, eppure ha continuato a marciare senza sosta su e giù per Piacenza senza lamentarsi.

Un vero mulo che non mi ha mai lasciato a piedi se non per magagne occasionali come la foratura di un pneumatico o una batteria scarica. Praticamente perfetta finché non si superavano i 90 all’ora, momento in cui la vecchia bestia iniziava a fare la voce grossa e per riuscire a fare una conversazione dentro all’abitacolo era necessario urlare.

E se si hanno già le orecchie distrutte da qualche serata impegnativa o con un paio di tappi, avendo un lungo rettilineo a disposizione, vento a favore e una leggera discesa è in grado di toccare i 163 km/h.

Come dimenticare poi quella volta che in una rotonda presa un po’ allegra si inclinò al punto tale da fare in modo che le due ruote interne alla curva si staccassero da terra o quella volta che il pedale dell’acceleratore rimase bloccato a fine corsa impedendomi di rallentarne l’avanzata. Imprese epiche che si sono sempre risolte nel migliore dei modi, ma che mi hanno fatto sudare freddo più di una volta.

Auto che sotto il mio controllo non ha mai visto l’autolavaggio se non pochi giorni prima dell’addio, come ultimo regalo. E mentre la pulisco e la accudisco mi rimane in mano il blocco della cintura dei sedili posteriori.

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E mi basta pensare ad un posto qualsiasi a Piacenza per ricordare tutti i viaggi fatti per raggiungere quel posto. Lei sempre presente con me, ad accompagnarmi e ogni volta una storia diversa nata dalle mie mancanze o dalle sue.

Quella sera d’inverno nel parcheggio del cinema, aspettando l’arrivo di un amico che tardava, con in macchina due menu del Mc Donald mi venne la brillante idea. Misi i sacchetti sul pianale del passeggero e accesi il riscaldamento a manetta solo con le bocchette che arrivano dal basso. Talmente potente il clima che dovetti scendere io dalla macchina perché faceva troppo caldo. Mentre aspettavo perché non sentire un po’ di musica? Stereo a palla. Passò una volante dei carabinieri con a bordo due agenti che ancora oggi si chiedono cosa ci facesse una macchina accesa, senza nessuno dentro con la musica che faceva tremare i vetri, con di fianco una persona infreddolita.

Quanti incontri mitici fatti a bordo di quel bolide della Toyota…

  • Un ladro vestito “da lavoro” al volante di una Ford grigia con tanto di calza in testa, procedendo ai 30 all’ora sulla provinciale
  • Un daino (o un cerbiatto) in giro per le strade di Codogno
  • Quattro piccoli gattini a bordo strada, abbandonati
  • Una volante della Polizia che ci ferma in autostrada ad Alessandria e rimane convinta del fatto che quelle luci bianche siano fari allo xeno

Naturalmente è stata anche fonte di grandi spaventi, come quando urtai un cumulo di neve che di neve non aveva più niente, era infatti ormai un iceberg congelato e durissimo che creò un bozzo sul paraurti posteriore… O quando persi la targa e dovetti andare a cercarla in giro per tutta la città, senza trovarla.

Poi ci sono storie che racconterò singolarmente perché meritano di essere raccontate a parte e con tutte le premesse del caso, ma quel #JeSuisYaris si riferisce in particolare ad un evento che mi è capitato non molto tempo fa e che mi ha dato la giusta scossa e motivazione per mettere fine alla mia relazione con quest’auto sfortunata: un incidente in una rotonda, mentre tornavo a casa dopo il lavoro.

Una mancata precedenza dell’altra auto che tagliandomi la strada mi ha indotto a speronarla. Non urto violento, ma talmente privo di logica che mi è sembrato frutto di un volere divino che mi diceva “E’ ora di farla riposare”.

Ero sempre io a guidarla mentre festeggiava i suoi 100.000 km, il 25 agosto 2013. Gli inverni passati a togliere il ghiaccio e poi costretto a sparare l’aria sui vetri per non farli appannare. Guidare con il ruotino, con la macchina tutta storta su un lato. Le partite dell’Italia alla radio in mezzo al traffico. Fare la sfida di raggiungere i 100 all’ora sulla strada per tornare a casa. Le lotte con le alfa e i macchinoni. Il sedile sul lato del passeggero che ogni volta che lo si ribalta si regola come se chi si fosse seduto prima avesse avuto un palo fra le chiappe. I sacchetti vuoti del Mc tutti sotto il sedile, buttarli via una volta ogni cento anni. Gli arbre magique al pino nuovi nuovi, aperti completamente per sentirsi come dentro ad una pineta. I tergicristalli che ogni estate si incollano al vetro e per guidare devi mettere la testa fuori dal finestrino. La frizione che cigola. Le api, le coccinelle, le mosche e le zanzare portate a spasso mentre cerco invano di farle uscire. I pomeriggi passati da sola nel parcheggio della stazione, sotto il Sole. I CD musicali che quando prendi un dosso “saltano”. Il portaoggetti pieno di scontrini della Q8 e del Galassia. La retromarcia che ogni tanto entra, ogni tanto no. Le salite a spirale per andare alla MyFit. Lo stereo sempre a palla e i finestrini abbassati nelle notti d’estate. La fierezza di avere un’auto che da fuori è una Yaris ma che da dentro può essere quello che vuoi. L’unico riparo quando fuori soffia il vento e tutti e due avete freddo.

E’ stata una compagna di vita insostituibile, stupenda e non la dimenticherò.

Ricordo le parole di un mio grande amico, Sergio, che parlando della sua auto (miracolata anche più della mia) mi disse questo: “Se diventassi ricco mi piacerebbe cambiare auto, ma comunque questa non la venderei, la terrei io, perché è parte della mia storia ed è unica.

Provo le stesse sensazioni adesso, ora che la piccola Yaris ha appeso il cartello “Vendesi”, ma purtroppo per noi io non sono ancora diventato ricco e lei può ancora essere utile a qualcuno.

Grazie di tutto piccola.

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