O'Brien

“Siamo chiusi!”

Le voci e i colpi alla porta non cessarono. Aumentarono gradualmente di intensità, finché Kevin, spazientito non si diresse alla porta del locale, sbattendo la mano sul bancone.

Aprì la porta di scatto.

“Dolcetto o scherzetto?”

Davanti all’uomo barbuto c’erano cinque ragazzotti del liceo, brufolosi e coi denti storti. Fra di loro una faccia conosciuta.

“Anche tu Tomas? Tornatevene a casa!”

“Dai vecchio, ci accontentiamo di un paio di pinte, poi ce ne andiamo!”

“Non vi darò un bel niente! Il pub è chiuso!”

Si fece avanti un piccolo energumeno corpulento di diciassette anni, imponendosi davanti all’uomo, tirandosi su le maniche.

“Sei sicuro?”

“Sì, hai capito bene Neal.”

Kevin fece per chiudere la porta del locale, ma il ragazzo mise un piede in mezzo e la tenne aperta. Prima che qualcuno potesse prendere iniziativa, Kevin estrasse un bastone dal portaombrelli e lo brandì in direzione dei cinque ragazzi, che scapparono correndo e ridendo in modo sguaiato.

“Idioti.”


Il proprietario dell’Irish Pub sputò a terra mentre il resto della città sembrava spenta e assorta. Si accese una sigaretta rimanendo sull’uscio del locale, con il suo grembiule sporco. Era la notte di Halloween, ma la mezzanotte era passata già da un bel pezzo. I bambini avevano già smesso di scorrazzare e si sbaffavano tutti i dolci recuperati nella notte.

Kevin spense la sigaretta a terra, prese fiato e rientrò, posando il bastone nel portaombrelli, tornando verso il bancone. Lentamente porto le mani al volto, come per recuperare un po’ di lucidità che la stanchezza gli stava portando via. Ormai aveva finito di mettere a posto, poteva tornare a casa.

“Riuscirei a scovare un irlandese anche ad occhi chiusi e naso tappato.”

Kevin si voltò. Davanti a lui c’era un uomo ben piazzato di età indefinibile. I capelli e la barba si univano in modo disordinato, tutti color carota.

“Chi sei?”

“Un amico di Westport! Sono un O'Brien!”

“Oh, molto piacere, sono Kevin Lynch. Non si vedono molti irlandesi da queste parti.”

I due si strinsero la mano.

“Sì… Sono in viaggio da parecchio in effetti… Ma mi sembra di aver capito che il locale è chiuso…”

“Una birra non si nega a nessuno, mettiti comodo.”

“Grazie.”

Kevin andò alla porta e la chiuse.

“Sono decenni che non bevo una buona Murphy Amber, ne hai per caso?”

“A fiumi! Ahahahah!”

Kevin spillò la birra e la servì allo sconosciuto.

“Grazie amico.”

“Allora, raccontami, come sei arrivato fin quaggiù?”

“Beh, mi piace viaggiare, sai? Da quando ho smesso con il vecchio lavoro praticamente non mi sono mai fermato…”

“Però qua intorno non c’è molto da vedere…”

“Non sono il tipo da luoghi pieni di vecchi ruderi o parchi divertimenti. Sono le piccole città come queste quelle che preferisco.”

Per un attimo ci fu silenzio fra i due. Kevin lo fissò per lunghi istanti. C’era qualcosa che non andava in quell’uomo. Anche la sua pronuncia era strana. Era irlandese, questo era sicuro, ma sembrava che stesse nascondendo qualcosa.

“Se non fosse per quelle bande di ragazzini sarebbe anche un bel posto dove fermarsi qualche giorno a rilassarsi.”

“Oh, intendi quei giovanotti che sono scappati a gambe levate? Ahahah!”

“Già, proprio loro.”

“Beh non penso saranno più un problema.”

“Cosa vuoi dire?”

“Ci ho pensato io a loro.”

Kevin aprì la bocca per un secondo prima di cominciare a parlare.

“In che senso?”

“Beh, pensavo fosse giusto dargli una lezione, in fondo è Halloween.”

“C…come?”

“Li ho spaventati un po’! Ahahahahah!”

Kevin respirò profondamente e sorrise.

“Spero che tu non ci sia andato troppo pesante.”

“Diciamo che per stanotte hanno finito di gironzolare qua attorno.”

“Sono delle zucche vuote… Come i loro padri. Alcuni di loro vengono qua la sera dopo il lavoro e ogni volta mi dicono di non dare da bere ai figli mentre loro si trascinano a casa sui gomiti. Che esempio credono di dare…”

“Pensavo che il proprietario di un pub non si preoccupasse di certe cose.”

“Purtroppo sono padre anch’io, uno di quei ragazzi era mio figlio.”

“Qual è il suo nome?”

“Tomas.”

“Tomas… Tomas Lynch. Un bel nome.”

L’uomo sembrò assaporare l’essenza stessa di quel nome, socchiudendo gli occhi e guardando verso l’alto. Poi tracannò un altro sorso della sua Murphy Amber.


“Mi sei simpatico O'Brien, questo giro lo offro io.”

“Sei gentile amico. In Irlanda non avrei trovato molte persone disposte a offrirmi da bere. Forse solo quelli più ubriachi di me e ti garantisco che non se ne trovano tanti...”

“Ahahahahah! In realtà sei la seconda o terza persona in quindici anni che ha il privilegio di non pagare in questo pub.”

“Si vede che sono fortunato… Ah!”

Con un altro sorso O’Brien era arrivato a metà della sua pinta. Con una manica si asciugò la barba, intrisa di birra e schiuma.

Solo in quel momento Kevin si accorse dell’abbigliamento dell’uomo. Portava una vecchia camicia di flanella consumata. Molto consumata. Troppo consumata. Osservò meglio l’uomo seduto e si accorse di altri particolari che facevano pensare che il suo essere viaggiatore fosse una necessità, più che un piacere.

“Hai prenotato un albergo qua intorno? Il Mary? O il Kimpton?”

“No, no… Questa notte non ci si ferma… Sono diretto a Sud.”

“Capisco…”

Nella mente del proprietario del pub comparve una sola grande espressione: “Barbone”. Aveva di fronte una persona di cui non conosceva quasi nulla, probabilmente senza fissa dimora e potenzialmente pericoloso. Kevin deglutì e così anche O’Brien che sollevando il boccale finì la birra.

“Niente male… Davvero.” Disse l’uomo osservando il boccale vuoto.

“Sono già le due di notte…”

“Già, è molto tardi.”

Il tentativo di mandare via lo sconosciuto con le buone sembrava non funzionare. Kevin si allontanò dal bancone fingendo di mettere a posto dei bicchieri in un armadio.

L’uomo si voltò e vide O’Brien intento a riempire nuovamente il suo boccale dalla spillatrice.

“Ehi!”

“Oh, scusa! Ti ho visto impegnato ho pensato di servirmi per conto mio…” Gli si stampò in faccia un ghigno strambo.

“Hai i soldi per quella?”

“Beh… Forse ho qualcosa di meglio…”

O’Brien infilò la mano nella tasca dei suoi pantaloni sporchi e rovinati. La sagoma di un oggetto appuntito premette contro la tela. Kevin fece un passo indietro, istintivamente.

Nella sua mano comparve un oggetto lucente, ma molto piccolo. Una moneta.

“Cosa sarebbe?”

“Una moneta da sei pence. Ahahah!”

Ridendo Kevin si accorse anche dei denti dell’uomo. Erano tutti rovinati. Ogni secondo che passava lo sconosciuto sembrava sempre di più inquietante e ostile.

“Cosa dovrei farmene di una moneta da sei pence?”

“E’ molto rara, sai?”

“Non mi sembra di ricordare che abbiamo un grande valore fra i collezionisti.”

“Ooooh… Forse tra i collezionisti no, ma conosco parecchie persone che avrebbero voluto questa moneta al posto mio. Me la sono guadagnata e credimi, voglio dartela perché mi sei molto simpatico amico.”

O’Brien la appoggiò sul bancone e fece segno all’uomo di prenderla.

“E’ tutta tua.”

Kevin si avvicinò lentamente e mentre lo sconosciuto iniziava a tracannare la seconda birra prese in mano la moneta lucente. Effettivamente era molto vecchia. Sulla moneta era riportato l’anno 1928.

“Va bene, te la accetto. Ma poi devo chiudere.”

I modi del proprietario erano cambiati. Se non voleva andarsene con le buone, se ne sarebbe andato con le cattive.

“Oh, non c’è problema. In effetti è quasi ora di andare.”

L’orologio di legno ticchettava dietro le spalle di Kevin, in alto, di fianco alla tv spenta. Le due e un quarto.

“A quest’ora i ragazzi dovrebbero essere già tornati a casa, non è vero?”

“Penso proprio di sì…”

“Sarebbe il caso di fare una chiamata allora…”

“Perchè?”

La conversazione stava prendendo una brutta piega. O’Brien sghignazzava da solo. Kevin sentì montare una rabbia cieca dettata dalla paura.

“Cos’hai fatto hai ragazzi?”

Battè un pugno sul bancone, facendo saltare la pinta di un paio di centimetri.

“Ho reso il loro Halloween indimenticabile! Ahah!”

Kevin scattò in direzione del telefono, dove riusciva a tenere sotto controllo anche O’Brien.

Tuuuuu-tuuuuu-tuuuuu…

“Pronto? Kevin?”

“Kristie! Tomas è a casa?”

“No, non è ancora tornato. E’ successo qualcosa? E’ tardissimo!”

Kevin fissò lo sconosciuto per qualche secondo senza parlare.

“No, niente, era solo per sapere. Torno presto.”

Il proprietario dell’Irish agganciò senza togliere gli occhi di dosso all’uomo coi capelli rossi, che sobbalzava leggermente ridendo e bevendo.

“Qualcosa non va, Kevin?”

“Dov’è mio figlio?”

“Chi può dirlo… Avrei giurato che si stesse dirigendo verso casa, ma potrei essermi sbagliato… In fondo è la notte di Halloween! Ci vuole un brindisi!”

“Chiamo la polizia.”

“La polizia? E perché mai? Mi sembrava che con la seconda birra fossimo a posto, no?”


O’Brien appariva insolitamente solare e divertito da quella situazione che stava diventando sempre più assurda e pericolosa al tempo stesso. Il rigonfiamento nella tasca dei pantaloni c’era ancora.

Tuuuuu-tuuuuu-tuuuuu…

“Centrale di Polizia della contea di Sherman.”

“Marie, ho un problema con un tizio nel mio pub, all’Irish. Potresti mandare Tom, per favore?”

“Oh, Kevin ciao… Non riesci a buttarlo fuori tu? Sono fuori sia Tom che Ethan. Abbiamo avuto un po’ da fare stanotte.”

“No, credimi. Ho bisogno che mi mandi Tom subito.”

“Potrebbe volerci un po’ di tempo, adesso sono tutti e due presi con qualcosa di grosso.”

Silenzio. O’Brien non la smetteva di ridere. Svuotò il boccale per la seconda volta, rovesciandosi addosso un po’ di birra.

“Di che genere?”

“Stanno andando a vedere. Stanno arrivando diverse segnalazioni molto simili. Urla, schiamazzi. Sono abbastanza vicini alla tua zona, tra l’altro.”

L’uomo si alzò in piedi lentamente, continuando a sorridere in modo spavaldo. Mise le mani in tasca, in attesa che Kevin terminasse la conversazione. Gli occhi del proprietario andarono a finire proprio all’altezza della tasca piena.

“Quanto vicini?”

“Aspetta… Quell’uomo c’entra qualcosa?”

“Non lo so… Però non mi piace…”

“Ti mando Tom il prima possibile. Cerca di farlo stare lì.”

“Grazie.”

Kevin riattaccò.


“Tutti a spasso, eh? Dev’esserci un bel trambusto la notte di Halloween, anche in un posto come questo…”

“Faresti meglio a dirmi cos’è successo, ora.”

“Credimi, le tue minacce non serviranno a capire cos’è successo, anche perché fra poco verranno qui gli agenti e te lo diranno loro.”

“Tu hai fatto del male a mio figlio, vero?”

“Assolutamente no, te l’ho detto. Li ho solo spaventati.”

“Cos’hai nella tasca?”

La domanda sembrò spiazzare O’Brien.

“Oh… L’hai notato…”

Kevin, con una mossa molto rapida raggiunse l’armadio, aprì uno dei cassetti e tirò fuori un lungo coltello.

“Se dobbiamo giocare, ce la giochiamo ad armi pari, fratello.”

Kevin sudava e tremava. Non aveva mai dovuto minacciare qualcuno con un coltello fin’ora, ma negli anni ne aveva visti diversi di combattimenti come quello. Lui doveva solo guadagnare un po’ di tempo.

“Ehi… Con calma Lynch! Ecco!”

Lentamente l’uomo estrasse dalla tasca un cero con lo stoppino annerito lungo una quindicina di centimetri.

“Che diavolo…”

“Questo è l’ultimo favore che ti chiedo. Un accendino. Poi me ne andrò.”

“Tu devi dirmi dov’è mio figlio!”

“Sta bene, ti ho detto!”

“Non ti credo! Sei… strano!”

“Ahahahah! Beh non posso dirti dov’è lui, ma posso farti vedere quello che ha visto…”

Kevin si avvicinò all’uomo tenendo il coltello spianato.


Poi successe…


Le luci si spensero all’improvviso. L’intero locale era quasi completamente al buio, fatta eccezione per la poca luce che filtrava da un oblò sopra la porta d’ingresso. Il gestore dell’Irish mosse in avanti il coltello, ma non riuscì a colpire l’uomo che sembrava essere sparito.

Iniziò a fare freddo all’improvviso.

Con un rumore infernale che assomigliava ad un treno in corsa, si materializzò davanti agli occhi di Kevin una nuvola di vapore che assunse le sembianze di un fantasma orrendo. Aveva la stessa risata di O’Brien.

No.

Era O’Brien.


Kevin iniziò ad urlare e non smise fin quando la nuvola non si fu dissolta e tornò la luce. Era finito a terra, il coltello distante, sotto un tavolo del pub. La testa appoggiata al muro.

Con gli occhi sbarrati guardò l’uomo dai capelli rossi ridere di gusto, tenendosi la pancia e battendo la mano sul bancone.

Asciugandosi gli occhi, il fantasma tornato uomo, prese una scatola di fiammiferi con sopra il simbolo del locale che era vicino al telefono.

“Ti spiace?”

Kevin non disse nulla.

Ne accese uno e si infilò il resto della scatola in tasca. Accese il cero e poi fece cadere a terra il fiammifero consumato.

“Ora devo andare amico. Solo un consiglio, tieni d’occhio quella moneta, ok?”

Con un cenno l’uomo salutò e uscì dal pub.

Kevin rimase fermo a terra ancora per qualche minuto, poi si alzò, recuperando il coltello.


Andò fuori, ma l’uomo non c’era. Nessuna traccia.

Così com’era arrivato, era sparito.


Tom arrivò dopo dieci minuti.


Kevin Lynch fu ritrovato in stato di shock e riuscì a riprendersi gradualmente solo quando scoprì che suo figlio Tomas Lynch stava bene e si trovava a casa con la madre.

Insieme, il gruppo di ragazzi e il gestore dell’Irish Pub stilarono l’identikit dell’uomo che fu considerato la causa dei problemi riscontrati nella contea di Sherman nella notte fra il 31 ottobre e il 1° novembre 2015 intorno alle 2 di notte.


Kevin e il gruppo di ragazzi confermarono tutti di aver visto un fantasma. Non un semplice costume di Halloween, ma uno scherzo molto elaborato. Kevin confermò di aver parlato con l’uomo che si era presentato come O’Brien e per tutto il tempo fu certo che ciò che aveva visto era effettivamente un fantasma.


Il signor Lynch affermò di aver ricevuto in dono una moneta da sei pence dal sospettato. La moneta però non è stata rinvenuta all’interno del locale. Si presume che questa sia stata prelevata prima che O’Brien lasciasse il locale.


Nei paesi confinanti furono confermati degli avvistamenti di una persona molto simile all’identikit di O’Brien. Spesso le segnalazioni riportavano anche una curiosa caratteristica: l’uomo portava con sè una zucca intagliata illuminata da un cero.


Dal giorno successivo non ci sono stati ulteriori avvistamenti. I rilievi delle impronte digitali non hanno portato ad alcun risultato sia all’interno del database della polizia, sia nello schedario federale.


Qualunque sia la vera identità di O’Brien, oggi circola ancora liberamente sul suolo statunitense.


Secondo alcuni il suo nome completo sarebbe Jack O’Brien o più probabilmente Jack Stingy e la sua comparsa nel giorno di Halloween è stata tutt’altro che casuale...


Leggenda

La leggenda di Stingy Jack risale a molto tempo fa e affonda le sue radici nel folklore irlandese.

Jack era un fabbro famoso per il suo brutto carattere e le cattive abitudini. Amava bere e giocare d’azzardo. Nonostante questo era un tipo piuttosto astuto.


La sera di Halloween, dopo l’ennesima bevuta, apparve davanti a lui il Demonio. Il diavolo voleva impossessarsi dell’anima di Jack. Il fabbro acconsentì a patto che gli concedesse un’ultima bevuta. Gli fu concessa.

Al pub si lamentò del fatto che non avesse più abbastanza soldi per pagare l’oste. Il diavolo, sentendo quelle parole decise di venire incontro alla sua vittima e si trasformò in una moneta da sei pence. Rapidamente Jack prese la moneta e la infilò all’interno del suo borsello, dove vi era contenuta una croce d’argento.

Il potere mistico della croce impedì al demonio di trasformarsi nuovamente e rimase prigioniero di Jack per molto tempo. Alla fine il diavolo lo supplicò di lasciarlo libero. In cambio lui l’avrebbe lasciato in pace e gli avrebbe concesso un anno in più di vita terrena.

Jack accettò.


Ogni anno il Diavolo tornava dal fabbro, cercando di tentarlo in ogni modo. Ogni anno l’astuzia di Jack superava quella del Demonio che continuò ad essere battuto ed umiliato.


Passarono gli anni e alla fine Jack morì. La sua anima peccatrice raggiunse le porte del paradiso, dove fu scacciato e diretto all’inferno.

Raggiunta la porta degli inferi, il Demonio lo riconobbe e rise. Non c’era spazio per lui neanche all’inferno. La sua insolenza era stata un affronto troppo grande. Il suo destino ormai era segnato. Avrebbe dovuto vagare per il limbo alla ricerca della via per la salvezza. Prima di mandarlo via però il Diavolo gli donò un cero ridendo. Quello era l’unico oggetto che era in grado di fare luce sul suo cammino senza speranza.


Ancora una volta Jack usò l’astuzia e incastonò il cero all’interno di una rapa, per fare in modo che la fiamma bruciasse più a lungo.


Nonostante questo, Jack O’Lantern vaga ancora fra il limbo e il mondo terreno alla ricerca della sua strada e nei giorni di Halloween è possibile ancora vederlo insieme alla sua rapa o ad una zucca intagliata.

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