Alba

"Perchè quei tre sono sempre in ritardo?"
“Sarebbe bello capirlo…”
Gabriele e Federico. I due amici erano appoggiati al bancone dando le spalle a due cocktail praticamente finiti di cui restavano solo qualche cubetto di ghiaccio e le foglie pestate sul fondo.
Intorno a loro la festa andava via via animandosi e il deejay iniziava a tirare fuori i dischi seri.
“Se non arrivano fra dieci minuti io mi butto in mezzo.”
“Ci sto.”

Era una serata come tante altre. Era arrivato l’autunno, erano ricominciate le lezioni, i soliti problemi che l’estate lascia sul bagnasciuga, quando la marea si abbassa e devi rimettere le infradito nell’armadio.
Federico aveva già iniziato a lavorare da un paio d’anni in un magazzino fuori città dopo un anno di università passato insieme all’amico che però non aveva portato grandi soddisfazioni ma solo rogne.
Gabriele invece era ancora là. Nella testa centinaia di formule chimiche gli rimbalzavano in testa senza un ordine preciso. In verità tutto quel trambusto in testa era solo un modo per non pensare. Ma era inutile, ogni tanto i pensieri andavano a picchiettare contro un teca vuota con sotto la targhetta “fidanzata”. Una teca che era vuota da giugno e probabilmente sarebbe rimasta vuota ancora per molto tempo. Non era stata una rottura pacifica la loro.
La città piccola, le voci corrono e se non ti comporti bene prima o poi ti arriva il conto. L’estate era stata una boccata d’aria fresca. Lontano da certe persone, lontano dai soliti locali, il rischio di rivedersi in giro praticamente azzerato.
Era tornato il freddo ed era tutto come prima. Sperare di conoscere persone nuove in quel posto dimenticato da Dio era un’utopia, la voglia di scappare era tanta e la scusa era anche facile da impacchettare “Voglio avvicinarmi all’università, sono stanco di fare il pendolare”. E quella scusa nella sua testa sembrava reggere.

“Oh! Ma l’hai vista quella?”
Federico con una gomitata fece trasalire l’amico indicando con un gesto del capo una ragazza appena entrata nel locale. Gabriele non potè non vederla. Più della metà delle persone che stavano in quel locale si erano voltate a guardare.
Un volto nuovo, fresco. Forse solo un po’ pallido, ma assolutamente inedito. Era il fatto di non averla mai vista in giro il vero motivo per cui tutti si erano voltati. Una scena da western, quando anche il pianista smette di suonare, così anche il deejay sembrò tentennare su una transizione.
La sua bellezza non era certamente il motivo di così tanto interesse. Certo era carina, ma erano tutti molto più interessati a come appariva.
Orecchini giganti dorati stile Cleopatra, giubotto di pelle nuovo di pacca, maglietta ultra aderente a strisce alternate nere e fluo, jeans sbiaditi, stivaletti a punta modello cowboy, catenina d’oro e ombelico a vista. I lunghi capelli castani, vaporosi, cadevano all’altezza del seno prosperoso e incorniciavano un viso pacifico ma triste.

Subito dietro alla ragazza entrarono i tre amici che mancavano all’appello: Luisa e Fabio erano coppia fissa dall’epoca delle superiori, per eccellenza simboli di amore e rispetto reciproci, per molti la coppia perfetta. Alberto chiudeva il terzetto. Cresciuto in paese, ma trasferitosi a Pisa per continuare gli studi, tornava a casa nei weekend e quando non aveva lezioni in classe. Sempre a caccia di giovani ragazze, allergico alle storie serie. Lo sguardo che rivolse a Gabriele in fondo alla sala fu piuttosto eloquente.
Il locale era quasi pieno e per raggiungere il bancone i tre impiegarono quasi un minuto.
“Ce l’avete fatta ad arrivare?”
“Dimmi che l’hai vista!” Disse Alberto a Gabriele.
“Sì che l’ho vista! Ma chi è?”
“Non ne ho idea. C’è il gruppetto di Elia qua fuori che stanno tutti con Facebook aperto ma qua nessuno sa chi sia.”
“Dov’è adesso?”

I cinque ragazzi si voltarono. A quattro metri da loro la sconosciuta stava prendendo da bere. Svuotò il bicchiere in un colpo solo e si lanciò in pista.
Gabriele la seguì, mentre Alberto batteva le mani e rideva.

La ragazza senza timore, scostò le persone e si conquistò il centro di quel piccolo mondo danzante. Gabriele rallentò il passo e la raggiunse. Intorno a lei un finto alone di menefreghismo e di diffidenza che portò le persone ad allontanarsi pochi centimetri da lei ma sufficienti a delineare un vero e proprio cerchio da cui tutti potevano osservarla come se si trattasse di un animale rabbioso.
E il suo stile nel ballo sembrava proprio quello di una tigre, potente, rapido, coordinato. Uno stile difficile da domare, solitario.

Gabriele non era certo un ballerino e in quella situazione si trovò anch’egli a fare parte di quel cerchio di persone che la squadravano senza darlo a vedere. Cercò di muoversi disinvolto, ballare al fianco ad altri gruppi prendendo fiato.

Poi si lanciò. Letteralmente.

Con un balzo si trovò di fronte alla ragazza che lo gelò con uno sguardo. I suoi occhi scuri erano stupendi e profondi. Prima non era riuscito a vederli con tanta chiarezza. Rabbrividì.
I suoi movimenti erano cambiati. Con sguardo serio inziò a danzargli intorno, vibrando intorno a lei i pendenti dorati e la sua chioma in ogni direzione.

Gabriele rimase rapito e senza neanche rendersene conto smise di ballare. La ragazza si avvicinò a lui fino a sfiorarlo. Lei continuò a ballare dandogli le spalle e prima che lui potesse arrivare a toccarla, la ragazza si voltò e gli mise un dito sulle labbra. Le sue mani erano ancora gelate, dal cocktail o dal vento freddo. Il suo sguardo era serio. Solo per un secondo lasciò trasparire l’ombra di un sorriso malinconico, poi fece per andarsene.

Gabriele afferrò il giubotto di pelle prima che la ragazza potesse lasciare la pista. Si voltò. Lui si avvicinò al suo orecchio.
“Aspetta. Come ti chiami?”
“Alba.”
Che bel nome.
“Ti va di uscire a fare due chiacchiere?”
“Più tardi. Adesso voglio divertirmi.”

Il ragazzo fu tentato di restare con lei a ballare, ma tornò dagli amici.

“Allora? Chi è?” Chiese Luisa.
“Non ne ho idea… Si chiama Alba.”
“Alba… Alba… No, conoscevo un’Alba di Riccione ma sicuramente non è lei.” Disse Alberto.
“E’ terrificante amico. Hai visto come ti guardava? Sembrava ti volesse squartare da un momento all’altro.”
“Tu dici Fabio?”
“Ma l’hai vista? Era tipo allucinata.”
“Qualche droga sintetica?”
“Qualsiasi cosa abbia preso l’ha presa prima di uscire di casa. E’ vestita troppo strana.”
“Cosa vi siete detti?”
“Le ho chiesto se voleva uscire un secondo per parlare ma ha detto che prima vuole divertirsi un po’.”
“Insaziabile la ragazza.”
“Non penso si riferisse a quel tipo di divertimento.”
“Sì, come no…”
“Beh, in questo momento è ancora lì che balla.”

E Alba non smise di ballare.

Passata la mezzanotte la ragazza stava ancora ballando. Non sembrava neanche stanca, la capigliatura in perfetto ordine. I cinque amici ora erano sparsi. Alberto, Federico e Gabriele erano seduti su delle poltroncine, mentre Fabio e Luisa ballavano. Lo sguardo di Gabriele continuava a posarsi su di lei.

Cominciava a farsi tardi e il locale gradualmente andava svuotandosi, accentuando così quello che era l’effetto bolla che la ragazza creava intorno a sè. Altri due ragazzi si erano avvicinati a lei, forse più per scommessa che per reale interesse, ma fra di loro non c’era stato alcun colloquio o qualche gesto che lasciasse pensare che la ragazza avesse interesse per loro. O almeno era quello che Gabriele si augurava.

“Vai a parlarci.”
“Dite che è il caso?”
“Oh, se ti piace provaci. Quella tipa non è di qua, se hai qualche interesse non avrai molte altre occasioni.”
“Hai ragione. Ci vado.”

E così Gabriele tornò alla carica. Si avvicinò a lei e prima che potesse avvicinarsi, Alba si allontanò dalla pista e prese il ragazzo per mano. La sua mano era ancora fredda, congelata, nonostante lei indossasse ancora quel giubotto di pelle e avesse ballato initerrottamente per diverse ore.
Con la coda dell’occhio Gabriele vide Alberto battere le mani mentre Federico rideva e li indicava.

Uscirono al freddo. Gabriele aveva addosso solo una camicia, ma non era il momento di pensare al suo cappotto, appeso all’ingresso. Bisognava solo resistere.

“Ti stai divertendo?” Chiese lui. Le parole che uscivano dalla sua bocca erano ovattate. Il volume lì dentro era davvero alto.
“Abbastanza.”
“Tu non sei di queste parti vero?”
“No… Sono solo di passaggio.”
“Dove stai andando? Firenze?”
“A Milano. Devo andare a fare un’audizione di danza, ma a dirla tutta non so se ci andrò.”
“Perché?”
“Rischio di arrivare tardi.”
“Beh da qui ci vogliono un paio d’ore ad andare a Milano. Dovresti farcela senza problemi, poi ho visto come ti muovi. Sei davvero incredibile.”
“Trovi?” Sulle sue labbra comparve un sorriso, breve ma significativo.
“Certo! Sei fantastica. C’è solo una cosa che non capisco.”
“Che cosa?”
“Perchè sei così seria?”
“Oh…” La ragazza abbassò lo sguardo.
“Tasto dolente? Problemi di cuore?”
“Mh… Qualcosa del genere.”

Gabriele rabbrividì.

“Hai freddo?”
“Un po’... Ma è tutto ok.”
Alba si tolse la giacca, restando solo con la sua misera maglietta fluo addosso e porse l’abito di pelle al ragazzo.
“Mettitela, io tanto sono abituata.”
“Smettila, ti prenderai una polmonite.”
“Sei tu quello che trema.”
“No dai, che razza di ragazzo è uno che accetta un giubotto da una ragazza…”
“Un ragazzo intelligente.”

Alla fine con un grugnito Gabriele accettò. Certo, era più piccolo di un paio di taglie, ma teneva caldo a sufficienza.

“Sei buffo così.”
“Ah quindi era solo per deridermi un po’. Brava!”
Alba rise, prima di tornare seria, anche se a tratti ora sorrideva mostrando dei denti bianchissimi e ammalianti.
“Vuoi restare ancora un po’?”
“No, basta così. Mi sono divertita abbastanza stasera. Hai una sigaretta per caso?”
“Sì, aspetta.”

Il ragazzo ne estrasse due dal pacchetto e insieme le accesero. Fuori dal locale non c’era più nessuno. Erano rimasti soli. Il silenzio rotto solamente dalla musica che filtrava all’esterno del locale.

“Hai altri programmi per la serata.”
“No, credo che sia ora di tornare, ormai…”
“Se vuoi ti accompagno.”
“Sei sicuro? Non è molto vicino.”
“Non c’è problema. I miei amici hanno un’altra macchina, adesso gli scrivo così sanno che sono andato via.”
“Va bene, allora andiamo.” I due camminarono nel parcheggio in direzione di una vecchia Toyota Celica grigia.
“Quindi c’è la possibilità che ti possa vedere in televisione un giorno di questi?”
“Chi lo sa…”
“Alba… e di cognome?”
“Ragona.”

I due entrarono in macchina mentre furiosamente il ragazzo scriveva su Whatsapp a Federico con un telegrafico “La porto a casa, si chiama Alba Ragona, dev’essere nel mondo dello spettacolo. SCOPRITE TUTTO.”

“Partiamo!”

I due percorsero diversi chilometri sulla superstrada ascoltando la radio a basso volume, godendosi quel momento di relativa tranquillità. Erano le tre e non c’era quasi nessuno in giro. La ragazza era seduta in silenzio e respirava piano. Lentamente lasciava che gli occhi si chiudessero e si riaprissero ritmicamente.

“Sei stanca?”
“Un po’.”
“Allora cerca di riposare questa notte, domani devi essere al 100%.”
Lei annuì.

Il telefono di Gabriele vibrava continuamente, ma non aveva intenzione di controllare il telefono ora che era in macchina con lei, anche perchè lui era ancora rapito dal suo sguardo e dalle sue forme. La ragazza sembrava completamente a suo agio.

“Ok, gira qua.” Una strada secondaria che portava ad un paesino dove non c’erano alberghi.
“Sei sicura?”
“Certo.”
La macchina proseguì la sua corsa fra le case addormentate e le vie strette. Superarono il paese senza che la ragazza dicesse nulla. E il telefono continuava a vibrare. Stavano provando a chiamarlo. Senza toglierlo dalla tasca Gabriele premette il tasto di spegnimento. Dov’era realmente diretta la ragazza?

La strada proseguiva costeggiando un piccolo bosco e lì Alba toccò la mano del ragazzo e disse
“Siamo arrivati.”

Non c’erano case intorno. Non c’erano alberghi. Solo la strada buia e il bosco.

“Aspetta ma…”
Alba lo baciò. La lingua fredda lo colse di sorpresa, ma poi la strinse a sè. Durò poco più di un istante, poi scese.
“Addio.”
“Dove vai?” Urlò Gabriele.
Lei corse fuori dall’auto, dentro al bosco, lasciando aperta la portiera.
Il ragazzo provò a seguirla, ma era troppo buio. Il tempo di estrarre, accendere il telefono e far partire l’app “Torcia” e la ragazza era già sparita fra gli alberi.
In tutto quel silenzio, solo il ronzio del motore e le note della radio accesa. Nessun rumore di passi, niente di niente.
Con il telefono in mano, Gabriele ricevette l’ennesima chiamata. Era Federico.

“Che c’è?”
“Ragazzi, ragazzi ha risposto!”
“Che succede?”
“Gabri, dove ti trovi?”
“Boh, siamo vicino ad un bosco, ma è scesa dalla macchina. Dopo il Convento dei Frati, la strada che costeggia la ferrovia e che poi va su.”
“Gabri. Alba Ragona è sparita più di trent’anni fa.”
“Cosa stai dicendo?”
“Su Facebook e su Instagram non ci usciva niente, così abbiamo cercato su internet. E’ scomparsa il giorno prima di un’audizione per un programma su Canale 5.”
Gabriele rabbrividì.
“Omonimia.”
“No Gabri. E’ lei, abbiamo le foto. E’ spaventoso. E’ proprio lei.”
“Ma è sparita trent’anni fa, non può essere lei. Ci saranno decine di Alba Ragosa in Italia, andiamo!”
Sparita nel viaggio da Roma a Milano, le sue tracce si perdono nell’alta toscana. 16 ottobre 1984. Lo stiamo leggendo adesso.”
“Smettetela di prendermi per il culo ragazzi, io sono qua al buio e non la trovo. Non è divertente. Ora salgo il macchina e me ne torno a casa.”
“Fai quello che vuoi ma sappi che quello che hai visto è il fantasma di Alba Ragona. Poi guarda la foto che ti ho mandato e dimmi cosa ne pensi.”
Gabriele attaccò. Aprì Whatsapp e il suo viso apparve sullo schermo.
23 febbraio 1984 era la data. Era lei. La stessa ragazza che l’aveva portato fino a quel bosco sperduto.

Con le mani che tremavano si accorse di avere ancora addosso il suo giubotto di pelle. Infilò le mani nelle tasche. A tentoni trovò solo due cose. Un rossetto e uno scontrino di un bar.

16 ottobre 1984.

Il ragazzo tornò diverse volte nel bosco nei mesi successivi e un giorno lo vide. Uno dei suoi stivaletti. Distrutto, lacerato dalle intemperie e dagli animali, ma era sicuramente il suo.

Dopo più di trent’anni il corpo di Alba Ragona fu ritrovato in quel bosco dalla Polizia, in seguito ad una segnalazione di un ragazzo di cui non si scoprirono mai le generalità. Da quel giorno nessuno vide mai più la ragazza ballare.

Leggenda

La leggenda del Fantasma al Ballo è presente in tutta Italia e anche in alcune zone dell’America Latina. In Italia la sua diffusione ha avuto il suo picco soprattutto nel periodo del primo dopoguerra e in una successiva ondata negli anni cinquanta e sessanta.

Se ne contano almeno una decina varianti diverse che differiscono sempre di alcuni particolari in realtà poco rilevanti. Chiedendo a qualche vostro parente non sarebbe strano scoprire che questa storia l’hanno già sentita raccontare da qualcuno in passato.

Ci sono dei particolari che accomunano quasi tutte le versioni della storia e in particolare il luogo dell’incontro (una sala da ballo o una festa danzante); il colore del vestito della ragazza (bianco); la presenza di una qualche sorta di macchia di caffè o vino (utilizzata a testimonianza l’evento raccontato); la volontà del ragazzo di riaccompagnare a casa la fanciulla.

Le principali differenze invece si incontrano relativamente all’atteggiamento della ragazza, a volte giudicata “fredda” e distaccata, a volte invece particolarmente coinvolta; il ritrovamento di una giacca appartenuta al ragazzo nei pressi del cimitero; il cimitero stesso, che a volte viene visitato solo il giorno successivo e a volte anche la sera stessa quando il ragazzo riaccompagna la ragazza “a casa”.

Esiste anche una fiaba lomellina (zona sud-occidentale della Lombardia) che ricalca la leggenda. Nella favola il giovanotto protagonista abita vicino al cimitero e inavvertitamente recandosi ad una festa dà un calcio ad un teschio. La ragazza torna perciò dal mondo dei morti per vendicare l’offesa subita.

Piccolo ringraziamento va a Martina che ha trovato il nome della protagonista di questa storia e che oggi compie gli anni. Grazie e tanti auguri!

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